Come la racconti la racconti: la porta forzata

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Chiedete a Teo, è più lucido di me, sull’argomento.
Spiegherà che a un certo punto si è rotta la porta, che è andata a sbattere proprio sulla sua schiena – che spavento!!!, vi dirà – e che abbiamo chiamato la Polizia perché controllasse se era tutto a posto o se era ancora pericolosa, magari se era stato qualche burlone a romperla per dispetto, e in quel caso sai che brontolata!
Vi racconterà di come sono stati gentili i Poliziotti, di come erano alti e forti, e che lui ha preparato loro il tè con lo zuccaro, mentre parlavano con la mamma.

Non lo chiedete a me.
Perché potrei perdere di vista la mia educazione, potrei risultare molto molto molto arrabbiata, preoccupata, indignata e agguerrita.
Come una che nella sua casa, con il suo bambino, si sente in pericolo, minacciata, salvata dal blando paletto della porta che ha dato il tempo, al misero, di sentire grida spaventate, che la casa non era vuota (quindi, è pure “andata bene”).
Come una mamma che è arrivata, prima di quanto credesse, ad introdurre, pur velatamente, nel “favoloso mondo” dei propri figli l’argomento della malvagità, dell’inciviltà, della mancanza di rispetto, valori, umanità che alcune persone possono avere.
E la paura. (E l’odio: non si può dire? Non vorrei, giuro, ma quello di stamani era anche odio, disprezzo, sete di giustizia che non ci sarà, quasi certamente).
Potrei dire cose che non vorrei mai dire ai miei figli, di barricarsi in casa, di stare attenti ad uscire, io che in seconda elementare andavo a piedi a scuola da sola, e stavo in casa, da sola, e certo non davo le mandate da dentro.
Potrei dire che vacilla la fiducia, la serenità, la certezza che la propria casa dovrebbe rappresentare.
Potrei buttare lì una serie di considerazioni sulla nostra vita, sulla “rete” che dovrebbe essere la nostra società, su politica, tasse, speranze per il futuro nostro e dei nostri figli.
Anche se ormai sembrano quasi diventati discorsi da circolino, luoghi comuni.
Anche se io sono sempre stata quella che in casa invoca l’allegria e la bontà d’animo, la presunzione di buona fede di tutti.

Non lo chiedete a me, insomma, la versione di Teo è quasi un’avventura, la mia è una brutta pagina della realtà.

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